UNA DEFINIZIONE PRELIMINARE
Nel linguaggio contemporaneo, il termine shibboleth rappresenta un elemento linguistico che segnala in maniera inequivocabile l’appartenenza o l’estraneità di una persona a un determinato gruppo sociale. In altri termini, è parola o espressione-chiave che discrimina con certezza chi sta dentro da chi sta fuori. Per usare un’immagine tratta dalla matematica, lo shibboleth è una proprietà necessaria e formalmente oggettiva che bisogna possedere per far parte di un insieme. Potremmo definirlo termine liminare o terra di confine, una sorta di 38esimo parallelo della linguistica.
ORIGINI ED EVOLUZIONE
La parola è ebraica, veterotestamentaria, e il contesto geografico nel quale emerge per la prima volta con tale rilievo simbolico e speculativo è proprio su un confine, il fiume Giordano, che segnava il limite fra il territorio di Efraim e quello di Gad, due delle dodici tribù d’Israele.
La storia è fra le più note dell’Antico Testamento: gli Efraimiti vengono sconfitti in battaglia dai Galaaditi guidati dal giudice Iefte. Al termine dello scontro, gli Efraimiti sconfitti, nel tentativo di scappare, sono bloccati al guado del Giordano e costretti a identificarsi pronunciando una parola: shibboleth [שִׁבֹּלֶת]. Gli Efraimiti, non avvezzi al suono sh, pronunciano erroneamente la parola, che sulle loro bocche risuona come sibbolet [סִבֹּ֗לֶת] e in tal modo, riconosciuti come Efraimiti, vengono fermati e trucidati.
4 Iefte, radunati tutti gli uomini di Gàlaad, diede battaglia ad Efraim; gli uomini di Gàlaad sconfissero gli Efraimiti, perché questi dicevano: «Voi siete fuggiaschi di Efraim; Gàlaad sta in mezzo a Efraim e in mezzo a Manàsse». 5 I Galaaditi intercettarono agli Efraimiti i guadi del Giordano; quando uno dei fuggiaschi di Efraim diceva: «Lasciatemi passare», gli uomini di Gàlaad gli chiedevano: «Sei un Efraimita?». Se quegli rispondeva: «No», 6 i Galaaditi gli dicevano: «Ebbene, dì Scibbolet», e quegli diceva Sibbolet, non sapendo pronunciare bene. Allora lo afferravano e lo uccidevano presso i guadi del Giordano. In quella occasione perirono quarantaduemila uomini di Efraim.
Giudici, 12, 4-6
Nel testo biblico il termine schibboleth occorre in una manciata di passi con alterno significato, può intendersi come “spiga di grano” o, talvolta, come “ruscello che scorre, corrente di un fiume”. Ciò che emerge in questo passo è tuttavia un’amplificazione di senso: nel momento in cui schibboleth viene usato come strumento per verificare la provenienza geografica e culturale - latamente etnica - di un individuo, risulta del tutto svuotato del suo significato primigenio. Shibboleth non ha più alcun referente naturale, esso viene sospeso ed esternalizzato, caricato di un significato affatto estraneo. La misura è unicamente fonetica. Indipendentemente da quanto starebbe a denotare, il significante assurge a uno spessore connotativo fortemente disgregante. La parola non ha più come referente il grano o il corso d’acqua ma il concetto di adesione a un gruppo sociale. Si tratta di un vero e proprio salto ontologico per cui shibboleth diviene parola-chiave, strumento di discriminazione per chi detiene il potere. Attraverso lo schibboleth si è in grado di individuare lo straniero, di smascherare il diverso, l’altro e metterlo al bando, escludendolo dalla cerchia degli integrati, che sia una setta o l’intero corpo sociale.
L’elemento fonico è d’altronde usato come termine di paragone anche nel mondo occidentale classico, a stabilire la differenza - senza ancora avere connotazioni negative - fra Greci e non-Greci: barbaro è chi non riesce a comunicare correttamente nella lingua del mondo ellenico e dunque colui con il quale non è possibile sviluppare un logos, un discorso. In Omero troviamo barbaròfonos (βαρβαρόφωνος, “di suono barbaro”), a conferma che bàrbaros indica lo straniero in quanto parlante una lingua straniera, come a dire “che balbetta” e perciò al limite del comprensibile. È solo a partire dal V sec. a.C., dopo le guerre persiane, che il termine in greco passa a identificare lo straniero con sfumatura marcatamente dispregiativa.
Il libro dei Giudici, stando all’ipotesi maggiormente condivisa dagli studiosi, venne scritto in Giudea fra il VII e il VI sec. a.C. a partire da precedenti tradizioni orali che possono essere fatte risalire a un paio di secoli prima. Prescindiamo in questo breve appunto da quelli che potrebbero essere i controversi giudizi sull’eticità di alcuni comportamenti in capo alle elette tribù d’Israele: gli studi biblici esigono una minuzia di analisi che sfugge all’irrisorio portato di questo testo. Solo un cenno a sottolineare che anche e soprattutto nelle evidenti contraddizioni e inadempienze umane si disvela un cardine basilare della teodicea giudaica, ovverosia l’insondabile giudizio della volontà divina. Non sono mai gli uomini - persino i più savi - a salvare Israele: questi sono semplici strumenti contingenti della disposizione divina. La salvezza è esclusivo dono di Dio che ha eletto a suo popolo quello di Israele, anche ad onta delle atrocità perpetrate dai personaggi che di volta in volta se ne sono messi a capo, in una logica teologica specificamente non antropocentrica.
Dunque shibboleth, assunto a sistema di esclusione o inclusione, è impiegato per individuare e addirittura talvolta cancellare l’alterità. È in questa veste che il termine passa nelle lingue moderne a cogliere un habitus peculiare - non necessariamente afferente alla sfera del linguaggio e indipendente dalla radice biologica - in grado di rintracciare senza la parvenza di dubbio un aut aut identitario.
Ogni raggruppamento sociale può avere uno shibboleth che, lungi dal porsi semplicemente come slogan, ne evidenzia la matrice statutaria. A seconda dello schieramento egemone in un dato momento o in un dato contesto, esso diviene alternativamente pregio o difetto, stigma o fiore all’occhiello, in grado di decretare la vita o la morte di un individuo.
Il passaggio ulteriore vede la rivendicazione dello shibboleth da parte delle correnti minoritarie a rimarcare la propria identità di gruppo, non più definita nella sfera privata ma in un sistema fortemente collettivo.
AUTOAFFERMAZIONE IN PAUL CELAN
Paul Celan è da molti ritenuto il più influente poeta in lingua tedesca del secondo Novecento. Lui, ebreo della Bucovina, apolide sin dalla nascita, scampato all’olocausto nazista, si esprime nella lingua dei suoi aguzzini per trascendere con la lingua stessa la realtà materiale e storica in cui agisce, in senso meramente evenemenziale, per decostruire - destrutturare - e ristrutturare il mondo in senso intimo e autonomo.
Celan utilizza il termine shibboleth in due sue liriche, “Schibboleth” (1955) e “In Eins” (1963). Lo studio più approfondito condotto sulla questione è quello del filosofo Jacques Derrida che ha dedicato a Paul Celan un’intera monografia. Le ricche considerazioni sul concetto di shibboleth vennero inizialmente esposte da Derrida durante una conferenza del 1984 a Seattle. Confluirono poi in volume due anni più tardi.
Cuore:
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Gridalo forte, lo shibboleth,
nell’estraneità della patria:
Febbraio. No pasarán.
Schibboleth, vv. 19-24
Tredici febbraio. Schibboleth
Che si ridesta nella bocca del cuore. Con te,
Peuple
de Paris. No pasarán.
In Eins, vv. 1-4
Per quanto la poesia di Celan rifugga da intenti cronachistici, non passa inosservato in entrambe le poesie il riferimento al mese di febbraio e al “No pasarán”, motto dei repubblicani spagnoli in lotta contro il regime franchista.
Nel febbraio del ‘34 si svolse la cosiddetta Februarkämpfe, la guerra civile austriaca che vide fronteggiarsi le forze socialiste e il regime fascista di Dollfuss. Piuttosto esplicito il riferimento a questo avvenimento in Schibboleth, anche in considerazione di un altro verso, qui taciuto, che richiama esplicitamente la coppia Vienna-Madrid. In Eins aggiunge un ulteriore referente storico, ovverosia i funerali pubblici, tenutisi il 13 febbraio del 1962 a Parigi, delle vittime del violento attacco della polizia ad una manifestazione antifascista di qualche giorno prima, a sostegno dell’indipendenza e della pace in Algeria e contro i terroristi dell’Organisation armée.
La stratificazione temporale e spaziale irrora in maniera sensibile le indicazioni fattuali. Il tema della resistenza fa da cornice. Lo shibboleth diviene un grido privato, nell’intimo del proprio cuore, a segnare la distanza dall’apparato repressivo. Non dunque stigma proveniente dall’esterno - quella estraneità di patria che è al contempo fisica e morale - ma una sorta di professione di fede che diventa testimonianza e autodenuncia. Il richiamo allo shibboleth rappresenta la condanna e la ribellione ai regimi autocratici e autoritari. Rimarcare l’appartenenza a un gruppo subalterno, quando non anche minoritario, diviene un atto di autoaffermazione, una risposta provocatoria all’abiura e all’infingimento. Le dinamiche di gruppo della resistenza disorganizzata, tipiche di alcune frange rivoluzionarie, permettono di abbattere con forza dirompente il muro dell’ineluttabilità storica. Lo schibboleth si trasforma in nutrimento attraverso il quale il singolo travalica i limiti della propria finitezza individuale e si agglomera a uno statuto di ordine superiore.
Richiamarsi allo schibboleth significa autodenunciarsi, denudarsi e ridefinirsi al di là dei confini tracciati da altri. È con lo schibboleth, con la parola che si fa corpo e si sostanzia nell’intimità di ognuno che si offre a sé stessi una possibilità d’azione nel reale. Il sistema ne risulta sovvertito, le carte giocate dal caos storico vengono rimescolate e il mondo si riveste di un ordine nuovo, un disordine nel quale l’uomo è finalmente dotato di una facoltà concretamente operativa, non meramente ermeneutica, ma poietica.
Tramite questa intelaiatura sistemica ma intrinsecamente destrutturante, la poesia di Celan è fabbrica attiva di materia. Destruttura “ciò che è stato” per ristrutturarlo: attraversa, senza eluderla, l’impossibilità di fare poesia dopo Auschwitz.
Celan non parla, crea. Dal suo linguaggio simbolico, a volte frainteso come oscuro e alchemico, affiorano mondi che oltrepassano il noto, al di là della storia. La sua Parola morta uccide per rigenerare. Così, il viaggio nello Schibboleth trova degna ridefinizione: da parola liminare di confine e di conflitto a parola di resistenza e di agglutinazione, nuova e continua. Il suo portato non è tanto dissimile dal trasecolare degli scribi e dei farisei al messaggio di Cristo.
Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore.
Matteo, 12, 34