Una nuova frontiera

Riflessione
Caterina Mancinelli
Immagine per: Una nuova frontiera

“Un’analisi del continuum del dominio maschile e dell’autocensura femminile negli spazi digitali”


La violenza contro le donne costituisce una violazione dei diritti umani strutturalmente radicata all’interno della società. Non si tratta di un prodotto della modernità, basti pensare alla medievale caccia alle streghe, ma è solo con l’avvento della “società del rischio” che ha assunto un ruolo nuovo e globale. Il cyberspazio, rappresentando terreno fertile per lo sviluppo e il rafforzamento dell’habitus violento, finisce per essere colonizzato da dinamiche di dominio maschile, tradendo l’originaria promessa di eterotopia d’emancipazione per un Panopticon interattivo.

La subordinazione femminile, sostenuta da rappresentazioni sociali egemoniche, diventa fatto naturale – o “quasi” – nel Lebenswelt, e la violenza viene legittimata mediante due forme inride di dominio: quello tradizionale-patriarcale e quello razionale-strumentale.

La violenza è un continuum che si estende dall’umiliazione verbale all’aggressione estrema, che negli ultimi decenni si è estesa anche al contesto mediatico. I media tradizionali e le pubblicità sociali riscontrano “difficoltà nel realizzare campagne antiviolenza esenti da stereotipi di genere”, riproducendo troppo spesso frames che colpevolizzano la vittima, psicologizzano l’aggressore e occultano la dimensione strutturale del dominio, andando paradossalmente a rafforzare proprio quella visione gerarchica del rapporto uomo-donna, all’origine della violenza di genere”, in cui prevalente è la rappresentazione della donna “vittima”, “per natura” debole, che presuppone un soggetto maschile forte, vocato “per natura ‘all’aggressività”.

La violenza misogina online rappresenta l’estensione di quel medesimo continuum all’interno di un nuovo spazio, quello digitale: il bersaglio non è più solo il corpo fisico, ma la reputazione, la credibilità e la voce delle donne – forme embrionali di quella che Goffman chiama “faccia”. Le modalità con le quali si manifesta la dominanza di genere nel cyberspazio sono tre:

  • il backlash
  • l’hate speech
  • il chilling effect.

Le dinamiche di backlash e di hate speech sui social network, seguendo un principio di dominazione che reitera la rabbia in maniera algoritmica, si reificano in nuovi strumenti di controllo sociale digitalizzato e generano effetti di autocensura nelle donne.

Il report Istat del biennio 2022-2024 sulla violenza contro le donne veicolata dai social media mostra che il linguaggio esplicitamente violento supera le espressioni di indignazione contro la violenza, evidenziando come nel dibattito pubblico sia ancora molto diffusa una cultura volta a rafforzare lo stereotipo di genere, che costituisce la radice socioculturale della violenza contro le donne.

Comprendere il fenomeno appena descritto significa adottare una lente multidimensionale per coglierne la matrice culturale e i meccanismi comunicativi specifici che ne abilitano il funzionamento.

L’hate speech si avvale di un meccanismo deflagrante. Pensiamo allo “scandalo” delle tre attiviste femministe – Flavia Carlini, Valeria Fonte e Carlotta Vagnoli – le cui chat private sono state divulgate attraverso il canale Instagram del “Fatto Quotidiano” e della giornalista Selvaggia Lucarelli. Il leakage, ovverosia la fuga d’informazioni dal retroscena privato che diventano di dominio pubblico, mina la credibilità dei soggetti coinvolti dei quali viene in tal modo inopinatamente screditata la “faccia” sociale. L’interazione mediata online amplificaa la portata dell’evento rendendola nell’immediato potenzialmente globale. Nella specificità del caso, il post ha politicizzato una questione privata che, discussa e ridiscussa in contesti più o meno formali, su differenti piattaforme social, è stata strumentalizzata per veicolare messaggi d’odio rivolti tout court contro le donne. Gli attacchi, che inizialmente erano mirati verso le attiviste, hanno rapidamente attivato una rappresentazione sociale stigmatizzante e si sono evoluti in un attacco generalizzato alle nazifemministe come intera categoria. Questa è la logica performativa dell’hate speech che massimizza la sua funzione utilitaria strumentalizzando un aspetto decontestualizzato del retroscena privato: i dubbi insinuati non riguardano solo l’eticità delle tre attiviste, ma quella dell’intero movimento femminista.

Il backlash digitale invece potrebbe essere definito come l’applicazione metodica di strategie cognitive inconsce al fine di venire a capo di situazioni scomode. Il 25 novembre – giornata istituzionalizzata che pone al centro del dibattito pubblico la questione della violenza di genere - viene percepita come potenziale minaccia da coloro che difendono lo status quo. Una semplice analisi dei commenti in coda a post e articoli di alcune testate giornalistiche per l’occasione rileva la presenza di un apparato ideologico che non è un insieme destrutturato di insulti sporadici ma che si sostanzia di cliché circoscritti a specifici frames narrativi:

  • negazione (“soffrono di qualcosa che non esiste”);
  • relativizzazione (“ci sono problemi più seri”);
  • vittimismo inverso (“e gli uomini che si suicidano?”).

Schutz, nella sua “Fenomenologia del mondo sociale” del 1932 denomina ricette queste strategie cognitive inconsce immediatamente spendibili nella vita quotidiana in situazioni problematiche.

Negazione, relativizzazione e inversione rappresenterebbero dunque le tre possibili ricette alle quali ricorrere in presenza di contesti dialogici su argomenti dibattuti. L’applicazione di questi frames interrompe de facto il flusso argomentativo relegandone le tesi al di fuori del proprio sistema di rilevanza e negandone qualsivoglia valore. La minaccia potenziale viene neutralizzata alla base. Qualunque obiezione nei confronti del sistema di certezze condivise dal gruppo (la gerarchia patriarcale) viene ignorata poiché il focus del discorso vira su tematiche assolutamente estranee e non pertinenti. Sotto questa luce, il backlash digitale si configurerebbe come forma di autodifesa preventiva: una reazione immediata che, negando qualsiasi opportunità di dialogo, tutela l’integrità e la stabilità del proprio universo simbolico.

A ciò si aggiunga l’assenza di indignazione nei confronti delle reazioni misogine che sottolinea la natura normalizzata del fenomeno e ne esplicita la sua dimensione corporativa. Il report ISTAT conferma inoltre che la visibilità della denuncia femminista incoraggia attacchi mirati, generando il paradosso perverso per cui “più le figure femminili note intervengono sull’argomento […] maggiore è la loro esposizione agli attacchi d’odio”.

È a questo livello che il ruolo degli algoritmi diventa determinante. Questi ultimi agiscono come amplificatori selettivi; ottimizzati per l’engagement, promuovono attivamente contenuti polarizzati, ad alto impatto emotivo. Le rappresentazioni sociali di ostilità e performance d’aggressione vengono indirizzate a un vasto pubblico, anche solo tangenzialmente interessato ai contenuti correlati, favorendone in tal modo la virality e diffondendo il backlash. La rabbia, che si configura inizialmente come lampo istintivo di reazione momentanea, assume proporzioni esponenzialmente ingigantite a seguito della risonanza dovuta alle cosiddette eco-chambers. L’impatto cumulativo e a lungo termine dello stigma sociale in ambiente digitale, innestato sul paradigma di dominanza patriarcale, è gravido di risvolti psicologici alla base del cosiddetto chilling effect che mutila la partecipazione democratica delle donne nel dibattito pubblico, fisico e digitale. In definitiva, le donne sono costrette all’autocensura per fini cautelativi. L’autocensura non si limita a utenti privati ma agisce anche per profili noti di alcune creatrici e femministe che si sentono sottoposte a “scrutinio pubblico” e a “valanghe di odio online”. Il chilling effect si presenta nel loro caso con una duplice valenza: da una parte quella di potenziale inibitore delle molestie di genere, dall’altra funge da argine alla minaccia di shadowban e alla perdita di sponsorizzazioni.

È evidente che la violenza di genere in contesti digitali formi un ciclo autoperpetuante di dominio. Ma non dobbiamo credere che sia un prezzo inevitabile del progresso. Piuttosto ne rappresenta una perversione, un abuso dei prodotti dell’intelligenza e dell’ingegno dell’essere umano. Dovremmo essere tutti indignati dal fatto che strumenti che dovrebbero connetterci e unirci vengano utilizzati impropriamente allo scopo di intimidire e mettere a tacere le donne. Ogni spazio, online o offline, deve essere un luogo di sicurezza, dignità e uguaglianza, per tutte.

«Ogni spazio, online o offline, deve essere un luogo di sicurezza, dignità e uguaglianza, per tutte.»