Copertina: Cannibali e re

Cannibali e re

Le origini delle culture

Marvin Harris

Dal grano e dal pane sorgono re e dèi: chi distribuisce l’abbondanza diventa mito, chi controlla il banchetto regna.

Recensione
Claudio Oreste Menafra

cannibale

Pane, re e dèi

Una storia materiale del potere secondo Marvin Harris

Ambiente, risorse e demografia: il materialismo culturale

Il materialismo culturale di Marvin Harris è potente, soverchiante, rigoroso. Per certi aspetti anche controintuitivo, ma così convincente che siamo costretti a chiederci quali siano i limiti di un tale approccio, secondo il quale anche le creazioni più propriamente culturali dell’umano, come i suoi tabù alimentari, sessuali, il cannibalismo, le religioni e i sistemi simbolici più complessi, sono innescati direttamente da cause economiche, demografiche o energetiche. Proteine, intensità delle nascite, condizioni atmosferiche e possibilità di irrigazione sarebbero alla base di qualsiasi altra sovrastruttura più complessa o astratta. 

La tesi funziona, affascina e sembra evocare un metodo d’analisi universale, applicabile a qualsiasi contesto etnografico: popolazioni delle americhe, indiane, semitiche, europee o africane. Eppure, come anticipato, non possiamo non notare che si tratta di un approccio speculativo che, quando applicato allo studio delle civiltà umane - all’etnografia, all’antropologia e non alla politica - espone il fianco ad abusi ed esagerazioni ontologiche; diventa una struttura assente per dirla alla Umberto Eco, perché il metodo è così altamente funzionale e rassicurante che si rischia di scambiarlo per la realtà stessa delle cose, dimenticando come le società arcaiche fossero radicalmente diverse da quelle industriali - in seno alle quali il marxismo e il materialismo dialettico nascono e si alimentano - e pertanto, forse, avrebbero bisogno di un approccio diverso durante il loro studio. 

Se l’analisi del meccanismo di produzione è fondamentale per capire le società moderne, non è però detto che lo sia per le altre civiltà preindustriali, dove lo scambio, il valore e la produttività erano immersi in una costellazione di abitudini, attività e simboli completamente diversi. Tuttavia, esiste anche il rischio diametralmente opposto, cioè pensare alle civiltà antiche come a paradigmi scevri da qualsiasi interesse economico o produttivo, come spesso accade ai sistemi di pensiero anarchici che, convinti che l’età dell’oro si trovi nel passato piuttosto che nel presente o nel futuro, volgono lo sguardo all’indietro, nel tentativo di ritrovarvi qualche fortunato bon sauvage. 

Come nasce un re? Il potere nelle società arcaiche

Il libro di Marvin Harris Cannibali e re. Le origini delle culture (1977) si trova esattamente al centro di queste due derive, nel senso che la sua ricezione da parte del pubblico e della critica ha virato ora su di un fronte, ora sull’altro. Si tratta di un volume chiave per il materialismo culturale e per intendere il rapporto che esiste tra processi economici e sistemi simbolici. Soprattutto, il testo appare interessante quando il suo autore si sposta dalla etnografia alla sociologia, e quindi alla politica, riuscendo a concepire una vera e propria teoria del potere. Oltre all’esame di diverse civiltà, dei tabù e delle religioni, tutti interpretati in quanto ‘sovrastrutture’ e quindi sempre in relazione al meccanismo produttivo - il maiale è vietato dalle popolazioni semitiche perché difficile da allevare nei loro insediamenti, la vacca è sacra per gli indiani perché principale fonte di sostentamento e produzione di vitelli - lo studio di Harris dedica una parte importante delle sue ricerche su di un punto molto interessante, sul quale vale la pena riflettere: la nascita della figura del re, del sovrano, del capo, di colui che guida il popolo verso la liberazione dalle proprie condizioni di minorità economica ed esistenziale. In altri termini: la nascita del potere istituzionalizzato. 

Un capo, per Harris, è un individuo contraddistinto da una carica messianica fuori dal comune, che diventa oggetto di culto e aspirazione massima per ogni gruppo umano. Anche in questo caso, Harris opta per una interpretazione che parte da un tema chiave del marxismo: il surplus delle risorse. Secondo l’analisi di Harris, diventano capi, o re, tutti quegli individui che riescono ad accumulare un quantitativo maggiore di risorse, anche accidentalmente, diventando così dei veri e propri manager ante-litteram nella gestione e conservazione delle ricchezze. Ma andiamo per gradi. 

La teoria dei ‘grandi distributori’

Prima dei re, dei capi clan o dei capi tribù, secondo Harris esistevano quelli che lui definisce i “grandi distributori”, uomini in grado di cacciare, raccogliere, produrre di più rispetto al necessario. Erano individui in grado di accumulare maggiori ricchezze e risorse rispetto agli altri, e quindi incrementare la produzione e le risorse della comunità. Uomini toccati dagli dei durante una battuta di caccia o durante un’aratura, premiati dal caso o dalle condizioni atmosferiche favorevoli con un cospicuo raccolto che andava ben oltre le proprie capacità di conservazione e consumo. Soprattutto in contesti agricoli arcaici, dove i sistemi di produzione sono instabili, non mancano carestie e siccità come pericoli per la sopravvivenza, e il cibo, quando è disponibile, deve essere immagazzinato o conservato. In tale contesto, serve qualcuno che sia anzitutto in grado di produrre le risorse e, nello stesso tempo, anche di immagazzinarle e coordinare la redistribuzione. Gli atti della conservazione e redistribuzione sono i prodromi del potere, le sue condizioni necessarie. Ma questo elemento ancora non basta, non siamo ancora nella semantica vera e propria del potere, perché c’è bisogno di sorveglianza, coercizione, difesa e monitoraggio. E, ancora, un capo deve essere legittimato, il suo potere deve essere riconosciuto e bisogna che anche gli altri ne traggano beneficio affinché non rischi la capitolazione. 

Sorvegliare le risorse: lo Stato

Per Harris, tra le varie forme di redistribuzione che il proto-re può impiegare, c’è sicuramente la festa o il banchetto che, anzi, nella sua trattazione, ricopre un ruolo centrale per le comunità esaminate: mangiare insieme, durante una festa, crea alleanze, irrobustisce la fedeltà del proprio seguito, rende visibile il potere trasformando le risorse materiali in consenso. Simbolicamente parlando, poi, l’atto del mangiare insieme è il riconoscimento di un ordine sociale. Ma, come dicevamo, c’è bisogno qualcos’altro. In alcune comunità arcaiche menzionate da Harris, infatti, le risorse vengono accumulate in magazzini pubblici, dove ogni individuo può rifocillarsi secondo le necessità, senza nessun controllo coercitivo. Si tratta di società orticole e tribali in cui il surplus delle risorse è sempre visibile e conoscibile da tutti, in cui esistono dei magazzini collettivi non sorvegliati in modo permanente e dove una eventuale sanzione è di tipo sociale e non armata. Tra questi, gli esempi più citati sono le popolazioni Irochesi del Nord America, che accumulavano enormi risorse di mais senza guardie armate in magazzini collettivi; oppure le popolazioni melanesiane (Big Man Systems), in cui la redistribuzione era totale, e il prestigio del capo deriva proprio dalla sua capacità di dar via tutto - qui rimandiamo ad un altro grande libro per approfondire: ‘Saggio sul dono’ di Marcel Mauss, in cui è esposto il concetto chiave di Potlatch.

Perché il capo diventi sovrano a tutti gli effetti, c’è bisogno ancora di un altro elemento: della ‘polizia’, ovvero di un dispositivo di controllo e di difesa sulle risorse che impedisca ad ogni altro di usufruirne senza consenso. Questa è una differenza fondamentale per Harris, dove si possono intravedere, secondo la sua interpretazione, anche le prime formazioni di Stati incentrati sul meccanismo del controllo e del monitoraggio. Soltanto quando le risorse reali non sono più visibili alla popolazione e quando viene messo in piedi un meccanismo coercitivo di controllo e punizione, c’è la nascita effettiva del re, del sovrano in senso statale e istituzionale. Poi, secondo la logica induttiva del materialismo culturale, soltanto alla fine ecco entrare in gioco il mito, il racconto, la sacralizzazione e la ritualizzazione a sancire definitivamente il ruolo del nuovo sovrano: se ci sarà un buon raccolto e tante risorse, allora il re è buono, legittimo, quasi divino, la sua figura inizia a munirsi di attributi sacri, viene messo direttamente in relazione con gli dèi, la pioggia, la fertilità. Se, invece, il raccolto è scarso, ci sono già tutti i presupposti per destituirlo. Del resto, ogni grande Rivoluzione che abbia avuto seguito nel nostro mondo è quasi sempre partita dal ‘pane’, dal cibo, dalle tassazioni troppo alte; tutti elementi che innescano la destituzione del sovrano, oggi come allora, e così anche la sua capitolazione; soltanto in seguito vengono le ragioni spiccatamente ideologiche e sociali. 

Descrizione

Cristo, il grande distributore

Leggere, tra queste pagine, della centralità del banchetto, della festa, delle redistribuzione delle risorse e del mangiare insieme come legittimazione simbolica di un dato ordine sociale, porta alla mente un’associazione che merita di essere a questo punto esplicitata: la religione cristiana possiede, al centro della sua narrazione allegorica, una scena importantissima, l’ultima cena; un banchetto, una redistribuzione in piena regola, del corpo e del sangue di Cristo. Il Re dei Re rinnova, ancora una volta, la gestualità sociale del banchetto come atto redistributivo delle risorse, con annessi tutti gli attributi del caso: il pane, il vino, l’abbondanza, la tavola aperta, esattamente ciò che, secondo Harris, legittima e potenzia il carisma dei capi. Ma c’è di più: per tutta la narrazione evangelica, Cristo sembra comportarsi proprio come un leader redistributivo, in quanto moltiplica pane, pesci e vino, mangia con i poveri, donando loro sempre il pane del suo spirito e la sua parola, prende parte e organizza pasti collettivi. Il suo stesso linguaggio parla con il lessico della redistribuzione, con metafore orticole (vedi la metafora del seme), storie di annullamento  della scarsità, di inclusione degli esclusi, di buono e di cattivo raccolto, di talenti accumulati o dispersi. A ben vedere, dando una lettura marxista dei Vangeli, questo è potere materiale, reale e non semplicemente simbolico. 

Il potere di Cristo, però, non si converte mai in potere ritualizzato, statale o dispositivo. La storia narrata dai Vangeli è la storia di un Re, il figlio di Dio, che pur riuscendo a capitalizzare e incrementare le risorse, non accumula, non centralizza e, soprattutto, non mantiene le gerarchie, le sovverte. Ecco l’atto rivoluzionario della figura di Gesù: pur avendo tutto il potere, lo rifiuta, annullando completamente la sua ricchezza (nazionalizzandola potremmo dire), non crea magazzini né strutture di comando per la redistribuzione; la sua logica è rivoluzionaria perché mette a tacere anche il diritto meritocratico: il figliol prodigo viene premiato, mentre il primogenito no. Cristo incarna tutti i segni del potere regale ma senza farne istituzione sorvegliata e gerarchizzata. Gesù possiede il carisma e la promessa di abbondanza del Re, ma muore rifiutando di trasformare quel carisma sociale in sistema economico stabile. 

Dal banchetto al rito: il potere simbolico

Da questo punto di vista, la storia del cristianesimo ripercorre esattamente le stesse tappe della storia delle civiltà secondo Harris, perché con il passaggio dalla figura di Cristo, degli apostoli, alle prime comunità cristiane, già inizia il processo di ritualizzazione che converte l’assenza di qualsiasi forma di controllo sulle risorse all’ascesa dei primi meccanismi di monitoraggio. Con le prime comunità inizia il processo irreversibile di creazione del ‘dispositivo’, da una abbondanza senza fine delle risorse, si passa ad una abbondanza calcolata, reale, in cui il meccanismo di controllo è garantito dalla comunità stessa, che vigila sulla redistribuzione. Infine, nel Medioevo, con la Chiesa istituzionale, le abbondanti risorse diventano minime, non assicurate per tutti, mentre il controllo delle stesse passa nelle mani di una cerchia di potere, i clericali, che istituiscono una vera e propria oligarchia. In questo modo, quello che era un banchetto cospicuo, abbondante e aperto a tutti, si trasforma in una cerimonia fredda, spoglia, senza cibo vero: una legittimazione del nuovo ordine sociale. Il pane reale diventa pane sacralizzato, il cibo per il corpo diventa cibo per l’anima, e la carica sovversiva del pasto condiviso viene completamente annullata. Lo stesso sacrificio di Cristo, rivoluzionario, sovversivo, pericoloso per l’ordine pubblico, viene anestetizzato attraverso l’eucaristia, ovvero attraverso il rito, che lo rende ripetibile, pacifico, privo di pericoli e senza costi di realizzazione. Applicando la lente del materialismo culturale, la storia del Cristianesimo in europa e nel mondo rappresenta quasi un archetipo esplicativo del potere che, da piccola comunità orizzontale, progressivamente crea una impostazione gerarchica, fino a che tale potere si confonde con la politica e la propaganda. Il meccanismo è il medesimo: dalla materia al simbolo; ormai, dalle condizioni materiali si è passati definitivamente alle condizioni simboliche e ideologiche, e il potere può continuare ad autoalimentarsi senza spreco di risorse e con la stessa forza di sempre perché è stato introiettato, è diventato inconscio collettivo.

«Per molti versi l’ascesa dello Stato ha rappresentato la discesa del mondo dalla libertà alla schiavitù.»