Copertina: Le voci del mondo

Le voci del mondo

Robert Schneider

In un remoto villaggio austriaco un ragazzo prodigio non sa né leggere né scrivere ma sente la musica e i suoni del mondo come nessun altro.

Recensione
Claudio Oreste Menafra

Immagine villaggio austriaco

Come potrebbe un uomo dire onestamente di amare la propria donna se, per la vita intera, si limita ad amarla di giorno? Come potrebbe giurare davanti a Dio il suo amore se, dormendo, se ne dimentica? Sarebbe, allora, un amore falso, un amore a metà; ma l’amore non conosce le parti, non è analitico, ma sintetico. Perché durante il sonno non si ama; si è come morti, o come in uno stato di sospensione dell’essere. Per tale ragione, la morte è detta sorella del sonno. Dormire vuol dire perder tempo, un tempo di cui ci verrà chiesto il conto in Purgatorio, o all’Inferno.

Chi ama davvero, non dorme.

Le voci del mondo’, il romanzo antimoderno di Robert Schneider, quando venne dato alle stampe fu subito un enorme caso letterario: oltre 100.000 copie vendute in un anno, tra le critiche, le recensioni entusiaste e i clamori del grande pubblico di lettori dello Zeit, dello Spiegel e di altre riviste tedesche. Un bozzetto rustico e macabro che dipinge iper realisticamente la vita del genio Elias, una vita spezzata dalla sulfurea atmosfera spettrale e bigotta di un piccolo e isolato villaggio austriaco. Un ritratto instabile che cela il tentativo di trattenervi al suo interno secoli e secoli di tensioni metafisiche di stampo romantico.

Una mistica da ‘piccolo villaggio’ raccontata in modo semplice, diretto, con il piacere narrativo tipico del racconto in pieno stile ottocentesco, con la morale onnipresente, la musica, l’arte e un dirompente atteggiamento anti-industriale. Protagonista di questo dramma rusticano è un ragazzo di nome Elias, un figlio illegittimo, che nasce con delle strane malformazioni. Qui, il lettore tedesco riconosce immediatamente il tratto tipico della Marchen, la fiaba folclorica che si staglia sempre tra il magico, il meraviglioso e l’inquietante (unheimlich), un racconto dai risvolti orrendi, spettrali e angoscianti, di cui la deformazione fisica è uno stilema classico: Elias è privo di ombelico, ha gli occhi gialli e sembra crescere a dismisura molto prima del tempo, tanto che all’età di 15 anni è già un uomo formato, con evidenti calvizie e un’espressione solitaria e consumata. Sul suo cuore, gravano enormi pesi, irrisolvibili: dapprima l’arte, poi l’amore, entrambi destinati a naufragare tra il bigottismo, il cruento realismo e l’invidia di un piccolo villaggio isolato dal mondo in Austria.

Il primo grande evento ad irrompere violentemente nella sua vita è l’arte; senza volerlo e senza desiderarlo, il giovane Elias sviluppa precocemente quello che potremmo definire un ‘terzo orecchio’, una capacità innaturale di sentire le vibrazioni del mondo, il canto degli animali a miglia di distanza e le frequenze sulle quali riposano le infinite variazioni del vento tra gli alberi. Tutto questo lo disintegra, lo distrugge, la sua è una sensibilità da moribondo, continuamente stordita dal ‘troppo’ della natura e del mondo. Dopo aver trascorso anni e anni come tiramantici dell’organista della chiesa di Ershberg, il suo villaggio, ecco che finalmente una notte decide di provare a suonarlo: la sua è una melodia che scaturisce violentemente, freneticamente, come un fiume in piena in cui si riversa tutta la sua contrazione emotiva e spirituale. Il primo dramma deriva dal suo talento, è il non poter esprimere in nessun modo il suo genio, perché l’invidia del villaggio, il padre, i compagni che lo detestano perché portatore del ‘mostruoso’ non gliene daranno mai la possibilità. Da questo punto di vista, è un romanzo di formazione al contrario, o forse dovremmo dire un ‘romanzo di distruzione’ di una vita: Elias, l’amante infelice e il genio incompreso, ostacolato, è soffocato dalla ristrettezza di vedute del suo villaggio, nonostante non abbia nulla da imparare perché nasce grande, non ha bisogno di formazione alcuna, il suo talento supera la sua biografia e si manifesta già completo, in pieno stile romantico tedesco. Un talento che bisogna però nascondere, sotterrare, soffocare con tutti i mezzi. Sullo sfondo della narrazione, c’è sempre l’industria che avanza, le ferrovie la cui costruzione incalza e i nuovi ‘oggetti’ che gli altri ragazzi portano dalla città e ai quali Elias non è per nulla interessato.

Il secondo grande evento della sua vita sarà Elsbeth, la sua amata. Elias la ama sin dal suo primo battito, che riesce ad udire in un momento di raccoglimento mistico nella foresta, quando la piccola Elsbeth era ancora nel grembo di sua madre. Elias, scombussolato dalle ritmiche e dai rumori continui del mondo, tra questi, scorge il battito del suo cuore, un battito che s’intona perfettamente con il suo: Elias scopre che il cuore di Elsbeth ha il suo stesso ritmo. Da quel momento, la attenderà per anni crescere, maturare e diventare grande, finché non si presenterà a lei, non riuscendo mai però a confessare il suo amore che verrà, col tempo, puntualmente tradito da un matrimonio stabile. Elsbeth, che pure fino alla fine era rimasta affascinata dal mostruoso Elias, dalle sue parole e dalla sua musica, scompare dalla sua vita. Elsbeth continuerà a ricordarlo, con un accenno di disperazione: mai nessuno le aveva parlato in quel mondo, di quelle cose. Nessuno.

Arte, amore, morte, è questo il sottile filo rosso che, come una venatura in filigrana, attraversa di continuo la narrazione.

Una triade che si fa spazio nella ruvida vita del paesello isolato, con i suoi angusti confini e spazi ridimensionati. Un ridimensionamento paesaggistico e di pensiero che investe anche il periodare: scarno, secco, diretto e con una vistosa predilezione per i diminutivi. Il narratore si rivolge spesso a noi lettori, con la preghiera di meditare o pensare a questo o quell’altro aspetto; un modo come un altro per cercare di ampliare le vedute in questo stretto cunicolo di pensieri e amori.

Il ‘terzo orecchio’ con il quale Elias percepisce per la prima volta il battito di Elsbeth è sintomatico di una mistica di stampo occidentale che usa il suono, la musica, la vibrazione per convertirsi al mondo e alle cose. L’inabissamento della vita di Elias nell’organo, nel pianoforte (quando ne avrà l’opportunità) prima, e nell’ascolto del cuore di Elsbeth poi, è una variante mondana della meditazione orientale, della preghiera continua o di quella ‘preghiera del cuore’ di cui parla l’Anonimo russo nel suo ‘La via di un pellegrino’, una pratica ascetica ortodossa che consiste nel ripetere la formula “Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore” (o simili), spesso associata al respiro e alla frequenza del battito, per coltivare la presenza di Dio e trasformare la vita interiore. I mistici ortodossi richiamano il concetto di ‘preghiera del cuore’ per indicare la via per progredire negli stadi della vita spirituale. Così, assistiamo in Elias ad una ascesa ai livelli superiori della comprensione, dove però è l’amore a farsi forza trainante. Bisogna ascoltare, pregare, sentire e richiamare l’amata sempre nel proprio pensiero, se la si ama davvero. Una ‘follia mistica’ che finisce, col tempo, per innervare ogni fibra del proprio corpo, anche durante il sonno. Ed ecco il culmine dell’ascesi: è vietato dormire, è vietato assopirsi o annullarsi nel sonno. La preghiera, come la meditazione, è uno stato di veglia (risvegliarsi), è una condizione di acuta percezione (acustica in questo caso) delle cose. Come direbbe Simone Weil è proprio l’attenzione la più alta e compiuta forma di amore (e di preghiera); dare attenzione alle cose, alla propria amata, a sé stessi, è il punto esatto in cui la preghiera si fonde con l’amore, e Dio si rivela nel fondo dell’anima (Grund der Seele). La mistica occidentale da Eckart arriva fino al mite Elias, il quale decide di amare la sua Elsbeth fino a morirne, dopo sette lunghi giorni di veglia sul fiume, durante i quali il suo corpo, ridotto alla fame e all’estremo, lo abbandona nel fiume, tra i pianti e le lacrime dell’amico Peter, a cui aveva chiesto di tenerlo vigile con schiaffi e foglie di belladonna. Così, il battito del cuore durante la veglia, il suono, l’acustica, la musica, la contrappuntistica della composizione acerba e talentuosa di Elias si convertono, nel romanzo di Schneider, nel ritmo dell’intero universo che conosce sé stesso e muore, definitivamente, nell’amore.

«Come potrebbe un uomo affermare di amare la propria donna per la vita intera, se si limita ad amarla di giorno, e forse anche allora per la breve durata di un pensiero? Era falso, perché chi dorme non ama.»