Copertina: Se questo è un corpo

Se questo è un corpo

Breve storia della modernità

Emiliano Ventura

Un repertorio che non delude chi vi si accosta come a un mosaico di spunti e attraversamenti, più che come a un saggio sistematico.

Recensione
Valentina Mancinelli

cristo velato

Zibaldone di pensieri

Capita di sovente che non siano le risposte a essere sbagliate, ma le domande a venire mal poste. Cos’è un corpo? Circoscriverne la nozione al ristretto ambito di una definizione univoca appare una velleità anacronistica. Da questa richiesta scaturisce un numero spropositato di soluzioni, non sempre coerenti fra loro anche a partire da uno stesso approccio prospettico. Nel suo libro “Se questo è un corpo”, Emiliano Ventura adotta un metodo di indagine originale. Non tenta di definire l’oggetto della sua ricerca, ma traccia una mappa: un percorso flessibile che dalle astrattezze metafisiche arriva alla concretezza, spesso violenta, delle vicissitudini corporali nella storia. Non cosa sia il corpo ma come questa idea possa plasmare l’azione politica, l’etica, l’esperienza filosofica e quella letteraria. Nel testo non emerge una riflessione unitaria sul “corpo”. Scandito in tre sezioni, il saggio si configura come uno zibaldone di spunti e riferimenti che, deviando volentieri su sentieri laterali, fornisce un valido strumento di introduzione alla materia.

Il corpo del tiranno

Si parte dalle basi, dal dualismo cartesiano, pilastro portante di qualsiasi discorso occidentale su corpo e anima (o mente). Si ricorda la res extensa contrapposta alla res cogitans, e si menziona la soluzione-panacea della ghiandola pineale, inventata per salvare il salvabile, per sciogliere il dilemma dell’interazione. La portata del testo è tanto rivoluzionaria quanto problematica. È da lì, dopotutto, che prende slancio l’idea di un corpo-macchina, manipolabile e distinto dall’essenza umana. Ed è proprio questa scissione, come nota implicitamente l’autore, che giustifica teoricamente la violenza politica estrema: il tirannicidio. Uccidere il corpo del re (o del tiranno) significa annientarne l’anima governante, recidere il principio vessatorio incarnato. Il gesto, ovviamente, è carico di un paradosso tragico e storico, che Ventura sottolinea: deporre un corpo tirannico troppo spesso significa preparare il terreno per un nuovo corpo politico ancor più oppressivo, in una spirale di violenza dove la soluzione fisica si rivela un’illusione pericolosa. La storia dei tirannicidi, con il loro destino spesso inglorioso, ne è testimonianza crudele.

Il corpo del filosofo: Benedetto Croce e Giovanni Gentile

Il problema si fa più sottile quando si passa dalla disanima del corpo tangibile nella storia, di tiranni e tirannicidi, a quello immateriale dei filosofi. Qui il nesso con il “corpo” si assottiglia. Il riferimento sembra funzionare come pretesto euristico che consente all’autore di spaziare tra questioni storiche e dottrinali. I sentieri laterali si snodano con più frequenza, a prima vista vi sono collegamenti forzati, poco comprensibili. Ma proprio questi punti rappresentano il miglior contrassegno dell’opera. La lunga dissertazione sul volume di Abbagnano, Ricordi di un filosofo, che rilegge la frattura tra intellettuali fascisti e antifascisti è emblematica. Il legame con la questione della corporeità resta implicito e affidato più a suggestioni analogiche che a una vera tematizzazione. Ventura sembra perdersi in un detour di storiografia filosofica. Ne viene fuori un ritratto spregiudicato, volutamente provocatorio, di quel periodo. Benedetto Croce, il faro dell’antifascismo liberale, viene avvicinato a Heidegger per l’incapacità di distaccarsi da una matrice culturale “protofascista”.

Al cultore della politica e della filosofia non sfuggirà il parallelo che spesso si presenta con questi eventi e con la storia di Heidegger, in particolare la sua breve adesione al nazismo; si traccia spesso l’assioma Heidegger (nazista) - Gentile (fascista). A nostro avviso sarebbe più giusto l’assioma Heidegger-Croce. In effetti, i connotati e i fatti del nazismo di Heidegger ricordano molto i due anni di epochè con cui Croce pensava di ‘usare’ il fascismo.

Nella prospettiva di Ventura (Abbagnano) sarebbe la chiusura della sua scuola, il suo monopolio intellettuale, a renderlo in qualche modo più vicino al fascismo di quanto non si dica. benedetto croce

Giovanni Gentile fu indubitabilmente il filosofo del regime. Eppure, per quanto condannato dalla Storia, abbracciando il pensiero hegeliano (di cui anche lui, come Croce, è figlio) sarebbe stato, paradossalmente, meno intransigente e settario nella sua collaborazione con altri pensatori. Il suo torto esiziale fu l’adesione fideistica a Mussolini, persistita fino a Salò. Croce, da parte sua, anche per una sorta di rivincita accademica nei confronti del “filosofo del sistema”, scrisse sì il Manifesto degli intellettuali antifascisti, ma non bisogna dimenticare che fino al delitto Matteotti aveva visto in Mussolini una speranza per l’Italia. Errore suo, come di tanti. Di certo non si può colpevolizzarlo di averci visto male. D’altra parte, come ci ricorda in più punti Ventura non si può sempre parlare post festum, dopo che la nottola di Minerva ha spiccato il volo, biasimando l’incapacità degli attori storici di interpretare il proprio tempo.

Eccoli i “corpi” dei filosofi o, meglio, delle loro dottrine che scontrandosi si plasmano a vicenda, e non mancano se se ne paventa l’occasione di tradirsi. La sensazione di carsismo si fa ancora più forte nei capitoli successivi. Degno di successivo approfondimento il passaggio sul personalismo italiano, da Antonio Rosmini a Michele Federico Sciacca. L’accenno, soprattutto a Rosmini, lascia il lettore nell’insoddisfazione.

Parte Terza

Il finale è un balzo vertiginoso verso i corpi estremi, quelli annientati nei Lager. Le esperienze di Primo Levi e Jean Améry sono la parte potenzialmente più alta e delicata del libro. Le due differenti ermeneutiche, l’idea, da una parte, che nei campi “non si salvavano i migliori” e, dall’altra, che l’intellettuale sia colui che “sente” in maniera diversa, più acuta, la distruzione del corpo e dello spirito, sono concetti antitetici ma intimamente connessi. In entrambi è la zoé, la vita bestiale propria di ogni animale, a prevalere sul bìos, la vita mentalmente rigogliosa propria degli esseri umani. Questo accostamento fa da perno al discorso che segue sulla corporeità violata, sul corpo come luogo ultimo della resistenza e della dignità. Il volume si chiude, a mo’ di appendice letteraria, con riflessioni sul poeta greco Sotiros Pastakas, su Pier Paolo Pasolini e Antonin Artaud. Per questi due ultimi il corpo è stato campo di battaglia, scrittura, profezia e martirio. La trattazione non è esaustiva, ma fugace e allusiva. Pasolini, cantore dei corpi sottoproletari e vittima egli stesso di una violenza che annientò il suo corpo; Artaud, che del corpo fece il teatro della crudeltà, il veicolo per uscire dalla tirannia della parola scritta. Spunti enormi, che meritano approfondimenti.

“Se questo è un corpo” di Emiliano Ventura non delude chi vi si accosta come a un repertorio di spunti e attraversamenti, più che come a un saggio sistematico. Il complesso di studi che ne emerge, sebbene paia mancare di un filo rosso, di una tesi forte che guidi il lettore attraverso i secoli e gli autori, invita il lettore a una riflessione personale. È difficile in conclusione esprimere un giudizio sintetico sull’opera, perché da questo mosaico variegato di tasselli, il corpo che più fatica a emergere è proprio quello del libro stesso: un corpo testuale che volutamente non trova la sua organicità e che rifugge dal trasmettere un messaggio chiaro, lasciando libero il lettore di intraprendere da sé nuovi viaggi e percorsi esplorativi.

«L'uomo è animale spirituale, è spirito e corpo o, meglio, spirito in un corpo: non vi è esclusione tra i due ordini bensì inclusione finalizzata.»